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Trainspotting 2

Trainspotting 2

È tornato Trainspotting, sotto le pericolose sembianze di un sequel, parola che non piace quasi mai ai grandi estimatori del “primo”, di qualsiasi cosa si tratti. Il primo Trainspotting uscì nel 1996, era l’opera seconda di un regista fresco, alla moda, intelligente ed esuberante. Era un film altrettanto fresco, esuberante… anzi, diciamo la verità: era un ordigno nucleare.  Il cinema inglese non fu mai più lo stesso. Le ripercussioni del primo Trainspotting sul cinema internazionale si ebbero intanto con l’esplosione di un regista, Danny Boyle, che prese subito un aereo per gli States, dove è diventato un regista mondiale. La sua carriera dopo il fenomeno Trainspotting ha preso il largo fino a raggiungere i premi oscar di The Millionaire. In mezzo c’è una continua, isterica, tendenza a superare i propri limiti. Boyle ha attraversato generi, stili, continenti, rinnovando sempre se stesso per poi arrivare in questo 2017 a ripercorrere le orme che lo resero celebre, firmando il sequel di Trainspotting. Tutto per tornare alle origini, è sempre questo il percorso degli uomini. Si scappa, si va via e alla fine si ritorna sempre alla casa del padre.

Boyle non tradisce mai il primo Trainspotting, e mette in scena una faticosa, a tratti esuberante, lettera d’amore e di nostalgia di grande cinema. T2 è questo. Stancamente, meccanicamente, in maniera imperfetta, spesso commerciale, si sforza di “ricordare” cosa è stato Trainspotting, cosa sono stati Mark e gli altri e cosa sono diventati. È grande cinema, sia chiaro. L’innovazione spettacolare, il divertimento, il marchio Boyle c’è sempre, però bisogna dire che T2 è un film triste. Triste perché Boyle restando fedele a se stesso tradisce la sua spinta a re inventarsi. Non azzarda un nuovo stile, non “ripensa” Trainspotting. Adotta le scelte di venti anni fa e le aggiorna al nuovo, vecchio, film. Questo è il grande rammarico di T2. Va detto che, sorvolando sullo stile visivo, T2 analizza più in profondità i personaggi, attingendo dalle pagine più “sentimentali” di Irvine Welsh, racconta l’intimo dei personaggi che venti anni fa erano dei ragazzini esuberanti e incontenibili. Oggi sono degli uomini, con i loro drammi e i loro ricordi. Mark e gli altri hanno delle radici, se ne accorgono solo ora, quando i ricordi ormai servono solo a sentirsi più vecchi. T2 è la lunga ombra del primo Trainspotting, cita continuamente se stesso, trasuda nostalgia (il che non è un male). Ha il merito di scendere nelle viscere dei personaggi ma si trascina dietro il peso di un dovere “commerciale” che il primo film non aveva. La trama è troppo costruita e il finale infatti non può fare altro che ripiegarsi su se stesso, con amarezza.

Il ritorno alla casa del padre di Mark e gli altri è un bel ritorno, ma stavolta, come ci si poteva aspettare, ha gli effetti più che di un ordigno atomico, di una bella serata di fuochi d’artificio, dopo i quali, col sorriso triste delle grandi aspettative, si torna a casa brilli ma con dei ricordi in più.

 

Agostino Devastato

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