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Larraìn, poeta cileno.

Larraìn, poeta cileno.

Il  Premio Nobel a Bob Dylan apre una discussione sui limiti della letteratura e sulla separazione tra le arti. Cosa è o non è letteratura? Cosa è o non è poesia?

Da pochi giorni nelle sale cinematografica troviamo Neruda, un film sul sommo poeta Cileno, anche lui premio Nobel per la letteratura. Il film è un capolavoro che sottolinea, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto sia inutile e flebile la definizione di “genere cinematografico”. Neruda è noir, thriller, poetico, politico o sentimentale? Infondo è solo un film di genere Capolavoro, un’opera filmica che nasce dall’idea che il cinema sia come la poesia, cioè inafferrabile ed eterno, così come Pablo Neruda, sia l’uomo che il mito.

Ora però lasciamo perdere i premi Nobel e parliamo di Cinema.

Alla 10° Festa del Cinema di Roma, l’anno scorso, si era pensato saggiamente di dedicare una retrospettiva a Pablo Larrain, un regista di 40 anni, con uno sguardo serio, consapevole e aggressivo, che proviene da un Paese in rinascita, il Cile.Larrain era a Roma a presentare il film El Club e nell’incontro che ebbe col pubblico espresse con voce ferma la sua idea di cinema. Raccontò di come sui suoi set sia vietato ridere e scherzare nelle vicinanze della macchina da presa. Si, non si scherza col cinema, si tratta di una faccenda seria, come la guerra e come il gioco per un bambino. A sigillare questa concezione del Cinema, Larraìn disse una frase che chi la ricorda farebbe bene a tatuarsela addosso. Disse: “Il cineasta è un bambino con una bomba fra le mani”. Sembra la sintesi di tutta la sua opera, di questa straordinaria filmografia che fino ad ora conta sette lungometraggi. Sette bombe nelle mani di un bambino. Sette ordigni che raccontano la storia del suo Paese, e non solo.

Fuga (2006) Il debutto. Musica e sangue. Già sono evidenti gli interessi incendiari di questo giovane regista, qui però prestati ad una visione sulla folle ricerca della perfezione musicale da parte di un compositore, piuttosto che ad uno sguardo sul suo Paese.

Tony Manero (2008): Una rabbiosa opera sull’ossessione di un uomo  e di un Paese che vive all’ombra della violenza di Pinochet e dell’America, con i suoi luminosi miti, come il Tony Manero di John Travolta, e le sue illusioni.

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Post Mortem (2010): Agghiacciante pellicola sull’enorme onda di morte che ha seppellito il Cile nei giorni del colpo di stato che ha destituito il presidente Salvador Allende. Anche qui, come in Tony Manero, lo stile è crudo e feroce e la potenza dei personaggi evidenzia la complessità di un Paese dilaniato dall’interno.

No (2012): Il linguaggio di Larraìn comincia ad essere più sperimentale. Senza tracce di banalità il regista racconta la campagna pubblicitaria del fronte del No al referendum che avrebbe portato il Cile a non confermare la dittatura di Pinochet. Larrain usa il linguaggio televisivo degli anni ’80, trasformando le sue caratteristiche visive in funzioni al servizio di un’immersione nel clima di quella campagna referendaria storica.

El Club (2015): Larrain si prende una pausa dal raccontare il suo Paese e dimostra come sia in grado di raccontare gli abissi del desiderio umano, della perversione, entrando nella casa di “reclusione” di un gruppo di sacerdoti accusati di pedofilia. La pellicola ha dei momenti di grande Cinema, e una carica eversiva potentissima.

Neruda (2016): Larrain non poteva che scegliere una prospettiva inusuale per avvicinarsi a Pablo Neruda. Nella distanza che separa l’uomo dal mito si inserisce questo film. L’invenzione e la poesia stessa sono i protagonisti di Neruda, e questa volta l’esplosione contiene una grande potenza creativa, gioiosa e musicale. Guardarlo è prima di tutto uno spettacolo.

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Sul suo ultimo film Jakie ancora non mi esprimo, non avendolo visto, ma non sembra uno scenario così improbabile quello di vedere ai prossimi Premi Oscar una doppia o tripla candidatura per Pablo Larraìn, sia nella categoria Miglior Film (Jakie) che in quella per il Miglior Film Straniero (Neruda), e di conseguenza in quella per il Miglior Regista. L’unica certezza è che non vincerà un premio Nobel.

 

 

Agostino Devastato

 

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