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La critica della ragion intelligente

La critica della ragion intelligente

La critica letteraria nasce contemporaneamente allo sviluppo del volgare nel centro Italia. Sebbene anche nel resto del mondo conosciuto vi erano i primi cenni di preludio umanista.
Nel XV secolo, umanisti quali Lorenzo Valla oppure Giovanni Pontano, si interrogano sull’utilizzo della lingua e le sue limitazioni in chiave didattico – pedagogica. Successivamente altri, quali Niccolò Macchiavelli e Pietro Bembo, si occuparono della sua lettura e poetica. Fino al trattare, nel dettaglio, il poema eroico, con la fortuna degli scritti dell’Ariosto e del Tasso. A tal proposito, su tali testi, non mancarono i fervidi commenti di Giraldi Cinzio, all’epoca molto conosciuto come letterato, poeta e drammaturgo italiano.

Fu soltanto con l’avvento del XVII secolo che però, si svilupparono numerose accademie letterarie in Italia. Maggiormente diffuse il secolo successivo, in piena età barocca. Il loro compito fu quello di influenzare l’utilizzo dei testi allora presenti nel territorio, della loro imitazione e speculazione, della loro ascesa e del loro declino.
Col sorgere del declino, ecco subentrare l’illuminismo, e una nuova meta da raggiungere in tema di critica: il giudizio estetico.

La purezza della lingua rimane il principio fondamentale dell’estetica moderna. Ricordiamo i dibattiti, sulle prime storiche riviste di letteratura, come Il Caffè, di Pietro Verri o Giuseppe Varetti. Tuttavia, non saranno le tante menti influenti del tempo a dar il via alla Moderna critica letteraria italiana, e alle sue radicalizzazioni, bensì sarà Francesco De Sanctis, membro della passata massoneria. Quest’ultimo si occupò della critica utilizzando la politica come pendente artistico.

Ed eccoci, nel Novecento e nei primi anni del Duemila.
Oggi la critica non è morta e sepolta. Ci sono meno esperti, ma sopravvive nei volumi e nelle intenzioni che la cultura si interessa di portare avanti, assieme ai suoi coscienziosi membri.
Ciò che realmente si è sviluppato, è il modo di influenzare il prodotto letterario. Di fatto, siamo assediati da consigli tecnico pratici, suggerimenti, giudizi amichevoli, feedback, connessioni a blog e siti per tematiche, social, networking. Chiunque a voce in “capitolo” e con questo complesso sistema di reti e pensieri l’arte del giudicare, professionale ed oggettivamente basata sugli studi del campo, si va perdendo. A favore di reazioni individuali, idiosincratiche e lontane dal tempo.

Per farla semplice: non interessa più la scrupolosa osservazione delle parti, dell’immagine di una trama, del genio e del suo dettaglio. Si applicano dei contraccettivi allo studio delle parti, come quando si fa l’amore per la prima volta con uno sconosciuto. “Si entra nella parte, ma mai abbastanza per essere completi al suo passaggio. Scissi dalle sue intrinseche emozioni, interpretazioni e logiche.”
Dunque è il momento in cui, si vive criticando ma senza critica. Molti scrittori odierni, difatti, non sanno neppure che cosa voglia significare “aver avuto una critica letteraria”, non conoscono i nomi dei più noti critici letterari, ancora in vita, ma si affidano alle recensioni delle più comuni piattaforme editoriali o multi marketing, recensioni spesso molto sofferte: tese ad idolatrare o sminuire l’autore o il suo testo, sulla base di un’estetica dimenticata che sa di solo gusto.
Come reagisce uno scrittore di oggi a questo caos intellettuale?
Molti reagiscono interessandosi all’argomento, ma indurendosi, altri fregandosene. Senza troppi francesismi.
John Irving, scrittore e sceneggiatore statunitense, in previsione del dettato caos, risponde ai giovani scrittori del futuro, di non ascoltare quelle che vengono ancora definite come critiche, perché esse non esistono più.
Se non da parte degli editor, se non la prima. L’unica cosa originale e di valore che rimane.

Jessica Diotallevi

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