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LA CASTA MORTA

LA CASTA MORTA

Il potere, non-luogo primordiale, popolato per eccellenza da indefessi miti classici ma attraversato e squarciato spesso da volgari marionette nascoste dietro la maschera decadente della contemporaneità, è il vero protagonista della “Casta Morta” audace quanto originale omaggio a Tadeusz Kantor ed al suo capolavoro “La Classe Morta”, tappa fondamentale della ricerca teatrale del Novecento.

Stridente panoramica sulla società contemporanea, arguta visuale su un’ elite perennemente in lotta per l’ascesa ai vertici, lo spettacolo proposto dalla compagnia Patas Arriba Teatro, andato in scena al Teatro Studio Uno di Tor Pignattara dal 7 al 17 gennaio, spezza le reti temporali e si staglia in un perenne stato d’essere e apparire, scagliandosi con sfrenata enfasi contro i muri del mondo attuale.

L’atmosfera che aleggia tutt’intorno alla scena, alle movenze e alle espressioni degli attori, è quella tipica di un teatro off, che esalta le qualità del gruppo sapientemente guidato dalla regia di Simone Fraschetti, orchestrato dai dialoghi e dal testo di Adriano Marenco e accompagnato dall’intelligente quanto sarcasticamente azzeccato arrangiamento musicale di Michele Sganga che, attraverso il dominio degli strumenti sottolinea ed esalta la retorica del potere al punto tale da renderlo nient’altro che macchietta di se stesso.

Passano così, davanti allo spettatore inizialmente impacciato e poi partecipe e piacevole sodale della carrellata di istrionica decadenza morale ed etica che innanzi ad esso si palesa, figure così deformemente grottesche da sembrare irreali, se non fosse che poi, la realtà politica stessa contribuisca a renderli così veri: ed ecco quindi antropomorfizzarsi gli ammiccamenti squallidi ed espliciti della deputata cattolico-conservatrice che nell’atto stesso di difendere la famiglia, si concede ai colleghi del marito senza alcun indugio; dall’opposizione al potere mero strumento di se stesso, svuotato completamente della sostanza e colmo semplicemente di una forma logora e sterile (gustose le traduzioni sballate dei versi del Magnificat, ostentate dai “gemelli dell’opposizione” appunto), al fallimentare discorso populista dell’onorevole “Uno-di-noi”, eccelso elogio al qualunquismo, forza propulsiva di una già stagnante vecchia-nuova ideologia; dall’orgia collettiva di potere, metafora mai nascosta di un politico “mucchio selvaggio”, alla “poppata” collettiva al capezzale dell’egemonia, fino all’atto di orinare innanzi al monolite, incarnazione Kubrichiana del potere economico.

Quelli che erano i bambini della classe morta, incarnazione di un potere arbitrario e dominato dall’avidità, diventano qui dei parlamentari, mostrati, esibiti, rivelati, messi a nudo e rivestiti di orpelli alla rinfusa nella quotidiana feroce dialettica animalesca di relazione con i “poteri forti”. E nel loro assottigliamento con la mera ambizione di potere, eleggono il loro leader, il presidente-fantoccio necessario grazie al quale portare a esaurimento la propria dissipazione. Il tutto perché, “Senza il potere, si muore”.

Interessanti ed originali i riferimenti agli archetipi classici: dall’ambigua Cassandra che reca una tastiera con le canne d’organo sulle spalle dalla quale le varie facce del Potere suonano sparsi e senza alcuna logica né rispetto tutti i discorsi memorabili, divenuti semplici slogan del Novecento (da “Ich Bin Ein Berliner” di J.F. Kennedy a “Vincere e Vinceremo” di Mussolini, dai deliri infernali di Hitler a “I Have a Dream” di Martin Luther King, fino al  “El pueblo unido jamás será vencido”), all’efficace e spietata Circe che sottomette i politicanti alla sua vendetta, fino all’ ipnotica e fatale Atena che oscilla tra la Vergine Guerriera e la classica Dea della Conoscenza con uno scudo a lo specchio con cui inchioda il Potere stesso riflettendo la propria depauperata dignità e la sua miseria, per poi ri-proiettarla su uno schermo, visibile a tutti, al Popolo.

Federico Cirillo

 

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