HomeLetteraturaJean-Paul Sartre: gli amori da Nausea e quelli “necessari”

Jean-Paul Sartre: gli amori da Nausea e quelli “necessari”

Jean-Paul Sartre: gli amori da Nausea e quelli “necessari”

Jean-Paul Sartre: gli amori da Nausea e quelli “necessari”

Il miglior San Valentino che abbia mai passato, è stato davanti a una piadina da dividere e due coca cola, con la tesi di laurea aperta in word e molti più capelli di ora. A me che venivo da periodi di scomuniche sentimentali, all’epoca sembrava un evento del tutto eccezionale e romantico nel suo minimalismo. Avevo cibo, il futuro tra le mani, il cuore pieno e incosciente, occupato nell’amore per le successive ore. Mi sentivo eroico, per nulla. Ho ripensato a quel San Valentino quando l’occhio è balzato su una frase de La Nausea di Jean-Paul Sartre l’altra sera: “Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa.” diceva.

Protagonista del romanzo è Antoine Roquentin, un viaggiatore che decide di stabilirsi in un albergo vicino alla stazione di una cittadina francese per portare a termine le sue ricerche su un personaggio storico, il marchese di Rollebon. Più riflette su sé e osserva come un mastino ciò che lo circonda e più avverte una sensazione sgradevole nei confronti dell’esistenza, simile alla nausea. A parte qualche rapporto occasionale con la padrona del “Ritrovo dei Ferrovieri”, non ha una vera e propria vita sentimentale: stava con Anny, ma per quattro anni non ha più sue notizie fino a quanto non è lei a rifarsi viva. Roquentin in fondo non ha mai smesso di amare l’idea di lei, ma Anny è cambiata, è ingrassata e non è realmente intenzionata a ritornare assieme: vuole solo verificare che l’idea del suo amante sia rimasta uguale. Due soggetti, schiacciati dalle idee e da un’esistenza troppo cosciente e pavida.

La frase in apertura può farci pensare che siamo tutti destinati a Meclizina e Plasil e a non avere mai una gioia, ma quello che forse Sartre vuole dirci è che semplicemente ci vuole una buona dose di incoscienza per masticare l’amore. Quel precipizio di cui parla Sartre è il nostro “ma chi cavolo me lo ha fatto fare” che tutti abbiamo pensato almeno una volta nella vita e che siamo riusciti a scavalcare, anche per una botta di culo, oppure quando siamo precipitati veramente in basso. L’accettazione del fatto che siamo chiamati a fare all in, anche se in mano delle volte non abbiamo delle buone carte. Se fossimo chiamati a una riflessione coscienziosa, capiremmo che in un bilancio complessivo, buttare il cuore oltre l’ostacolo implica mettere in conto l’alta probabilità che possa finire come un’operazione kamikaze e preferiremmo metterci all’angolo da soli per una semplice esigenza di conservazione naturale.

Ci vuole coraggio, però, anche nel comprendere che esistono amori necessari – rari – e amori contingenti e nello scegliere di vederne la differenza. Quello di Sartre e Simone de Beauvoir, ad esempio, era un amore necessario, inevitabile. I due si sono conosciuti un’estate alla Sorbona: lei, di buona famiglia, alta, con la pelle liscissima e chiara; lui, invece, strabico, bassino, trasandatissimo ma molto abile con i pensieri e le parole. Le ripeteva sempre che “gli uomini non sono spiriti, ma corpi in preda al bisogno“. E si sono ritrovati poi a distinguere l’inevitabilità del loro amore – un combinato di complicità mentale e di spiritualità  – dalle passioni contingenti fatte per essere vissute liberamente sull’onda del momento. Una scelta coraggiosa nella sua anticonvenzionalità, e forte del fatto che quando si è diversi eppure così combacianti e ci si compenetra a tale profondità diventa difficile smontare e disfare le teste. E non ci sono Olga, Natasha o Dolores che riescano a prevaricare sul “castoro” come Jean-Paul chiama affettuosamente Simone nelle sue lettere. Il loro particolare patto “a termine” (due anni vicini e poi una lunga separazione per reincontrarsi chissà quando e chissà dove) è durato invece tutta una vita. Sartre le ha scritto così: “Se muori mi sdraierò accanto al tuo corpo e rimarrò lì ad attendere la tua fine, senza mangiare né bere, tu marcirai tra le mie braccia ed io amerò te già carogna: perché non si ama niente se non si ama tutto“. E il 15 aprile 1980 è stata invece Simone a infilarsi per l’ultima volta nel letto con quello che era suo marito, anche se non lo era. Perché quel coraggio che ti fa saltare da incosciente il precipizio cede il passo il minuto successivo all’imprevedibilità del percorso che segue. E se ci va bene, tutto può guadagnare improvvisamente una sua coerenza anche quando questa sembra non esserci. Perché sì. Alla fine, ognuno ama davvero a modo suo e ciò non può che avvenire misteriosamente.

 

PAOLO NAPOL

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