HomeLetteraturaIndovina chi scrive? Il mistero della Ferrante è anche il nostro

Indovina chi scrive? Il mistero della Ferrante è anche il nostro

Indovina chi scrive? Il mistero della Ferrante è anche il nostro

Domenica sono entrato al Libraccio di via Nazionale e ho lasciato il mondo fuori. Certi luoghi sono intrinsecamente privi di controindicazioni. Non so cosa fate voi quando vi sentite storti, io vado lì anche solo per girare a vuoto un’ora e mezza prima di flirtare con gli scaffali. Mi siedo da ebete e li fisso in modo rock. E’ un modo – ognuno ha i suoi – per compensare temporanei vuoti pneumatici quello di comprare libri anche quando se ne hanno già da leggere. E’ come quando finiscono le storie che se ne deve avere già un’altra in cantiere se non si vuole rimanere esposti e incollocati. Anche con i libri si approcciano storie non solo in senso letterale.

Ne trovo  uno per il quale ‘la nostra vita non è la nostra vita” – quindi non siamo noi – “ma è solo la storia che ne raccontiamo”. Lo scarto come si fa con pretendenti che dicono, chiedono o fanno troppo. Gli ammiccamenti dei retrocopertina si scontrano sempre con la nostra volubilità. Mi cade l’occhio su L’Amica Geniale di Elena Ferrante, sulla cui reale identità si sta facendo l'”indovina chi?” del momento. Sarà Anita Raja? Sono quattro mani? A getto, verrebbe voglia di rispondere con il tradizionale “E’ Bob” come nel vecchio gioco da tavolo.

Mi sono chiesto se sia davvero interessante sfruculiare come dei bulli le esigenze di anonimato. A cosa ci serve scoprire se la sensibilità che muove una penna sia sintonizzata su frequenze maschili o femminili? Di certe cose che amiamo così come sono, non vogliamo sapere nulla di più e di meno di quanto necessario ad assicurarci una soddisfacente intimità, all’oscuro del resto. Uno dei principi delle chimiche emotive – e letterarie – è che da certi misteri non possiamo esimerci e ci impongono un atto di fede già allo start.

L’utilizzo degli pseudonimi, in fin dei conti, non è avanguardia. Aron Hector Schmitz nella sua inettitudine al quotidiano si faceva chiamare Italo Svevo. Stendhal nascondeva un Henri Beyle e faceva incetta di nomi. Anche le Bronte si spacciavano per uomini per non mandare in fumo i propri lavori semplicemente per il fatto di essere delle donne capaci. Eppure, nonostante possa apparire a prima vista un’investigazione banale e mistificante, la ricerca dell’identità tira in ballo molto di noi.

C’è un rapporto conflittuale tra l’ego e la letteratura. Mi riferisco sia a chi scrive che a chi legge. C’è chi parla di scrittura come delle performance di Gina Pane. Una denudazione artistica del proprio sé sganciata nelle mani del pubblico. Ci sono poeti come Rimbaud che se ne sono fregati per una vita intera di sganciare le proprie opere e l’ego l’hanno messo in quarantena. I bisogni di leggere e scrivere spesso cominciano e finiscono con sé. Alcuni li declinano con superbia genuina e altri no. Alcuni si riempiono i file e gli occhi semplicemente perché sentono che ciò è necessario o inevitabile. Un po’ come fossimo nella nostra intimità ad accarezzarci “l’America”, come dice la Nannini. Una volta che l’hanno fatto, l’hanno fatto. Ma rimane un atto loro.

Analogamente, ci piace un libro in fondo anche perché in uno stile, in un vissuto, in alcuni passaggi, – in certe frasi, ad esempio – siamo in grado di ritrovarci dentro, di essere intimamente presenti, senza che nessuno abbia esplicitato la nostra presenza. E’ un atto nostro, ma non ci abbiamo messo la faccia né l’hanno messa al posto nostro. La ricerca dell’identità di chi scrive può allo stesso tempo scaldare l’illusione di farci dare un nome a queste cose. Può liberarci dal nostro atto di fede, ricongiungerci a quelle righe che parlano anche di noi.

Preso dal mio bisogno, sono uscito con il libro che avevo scartato e ho occupato la colonna riversa di pietra ruvida sotto il gelso della chiesa di San Paolo dentro le Mura. Per capirci, quella zebrata che si insinua – e non ne avrebbe bisogno – tra i brand commerciali. L’ho aperto e per un attimo mi sono sentito stoicamente autosufficiente come la Dickinson. Ho capito che il mio bisogno in quel momento bastava a sé e, senza andare a caccia di altro, mi sono rivelato il mio nome.

Paolo Napol

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