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GIOCARE, RECITARE, PERFORMARE

GIOCARE, RECITARE, PERFORMARE

Recitare all’estero spesso coincide col verbo giocare (jouer, to play, spielen…), mentre in Italia si pone maggiormente l’accento sull’aspetto finzionale e ripetitivo. Re – citare, ovvero citare due volte. È proprio in questa ripetizione che si concretizza uno degli aspetti più peculiari della professione dell’attore. Quando la gente ti chiede: “Ma come fai ogni sera …?”

Come si fa a portare con sé ogni sera “quello che si è trovato”, per poterlo donare al pubblico come un materiale vivo e pulsante, e a non cadere nella ripetizione meccanica, nella memoria di quel che si è vissuto?

Dopo una replica solitamente cerco di fare un resoconto col regista, coi colleghi o con me stesso su ciò che ha funzionato e ciò che invece no. Come l’ha sentita il pubblico, come l’ho sentita io, come la sentono i colleghi etc… Quando non ci sono resoconti da fare è sempre meglio; vuol dire che non ci si è fatti travolgere dall’onda, né la si è cavalcata ma siamo stati noi stessi l’onda e allora abbiamo espresso l’esprimibile dell’hic et nunc di quel momento. Verrebbe da chiedersi che forse sarebbe meglio non fare troppe valutazioni e pensare di lasciarsi andare e basta. Da un certo punto di vista sì, ma non bisogna restare neanche troppo seduti sul divano di casa con la mente; quanta forza richiede l’atto espressivo? Ex primere: dal latino “premere fuori” farebbe presupporre un’azione che implica una certa fatica ma al contempo non una forzatura.

Ecco cosa dice Shakespeare attraverso Amleto in un celebre passo dove vengono istruiti gli attori:

“…nell’onda, nella tempesta non so come dirti, nel vortice della tua passione devi trovare un equilibrio che renda quella tempesta fluida come una musica […] non essere neppure troppo controllato , ma abbandonati, fatti guidare dall’intuito. Devi legare le tue azioni alle parole, e le parole a quello che fai, ricordandoti questo, soprattutto: mai un passo in più, perché la natura è modesta. Tutto quello che passa il segno è lontano dallo scopo del teatro, la cui finalità, alle sue origini come ora, era ed è di reggere lo specchio alla natura; di restituire alla virtù la sua immagine, al vizio il suo volto, e alla vita di un’epoca la sua impronta, la sua forma.”

Da “Amleto” di William Shakespeare – traduzione di Cesare Garboli.

Questo discorso ha ancora una forte valenza, non solo per quel che riguarda il “teatro di prosa o di parola” a stampo naturalistico ma per tutte le declinazioni che nel corso del tempo ha trovato il teatro. Reggere lo specchio alla natura può dunque voler includere, così come in ambito artistico, tutto ciò che della natura può far parte, compresa l’astrazione, la razionalità, il regno vegetale ed animale. Un animale che compie un movimento strano che può sembrare inutile, dadaista, magari vuol comunicare qualcosa o ha una finalità a noi ignota.

Shakespeare parla agli attori di azioni, perché ovviamente l’attore è “colui che compie azioni”. Per far sì che l’azione non contenga quel passo in più che la snatura, essa deve avere una finalità trasformatrice legata alle circostanze date (come le chiama Stanislavskij) dell’opera.  Per esempio Amleto decide di inscenare teatralmente l’assassinio del padre per capire, dalla reazione dello zio, se la rivelazione dello spettro-padre trovava riscontro nella realtà. Mediante gli atti, un dramma si trasforma dal punto di partenza al punto di arrivo. Potremmo quindi distinguere un’azione da un movimento perché questa contiene in sé una finalità trasformatrice relativamente al contesto drammaturgico mentre un movimento no, magari è finalizzato a dare forma, quindi in tal caso si potrebbe parlare di performance in ambito spettacolare, dal latino tardo performare: “dare forma”. Potremmo però dire che anche la forma, per altri versi, ha una sua finalità e tiene conto delle circostanze date per amalgamarsi coerentemente al contesto in cui sorge e dar vita ad un disegno complessivo di senso compiuto.

Guido Targetti

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