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“Cluster” di serie

“Cluster” di serie

MR. ROBOT
Un’inquietante rappresentazione di ossessioni, paure e incubi (post)moderni, ma anche l’affresco di una realtà frammentaria, modellata su percezioni, pensieri e stati d’animo di ogni singolo individuo: Mr. Robot è una serie che non si limita ad andare oltre i codici narrativi tradizionali, ma in cui è la messa in scena stessa a farsi veicolo del racconto ed espressione di una condizione esistenziale, chiamando costantemente in causa lo spettatore e il suo (il nostro) personalissimo sguardo. È il motivo per cui l’anomalo cyber-thriller firmato da Sam Esmail, giunto quest’anno alla sua seconda stagione, si conferma come la mia serie preferita anche per il 2016: la parabola di Elliot Alderson, il giovane hacker interpretato da un sensazionale Rami Malek, assume traiettorie sempre più oscure e sorprendenti, trascinandoci in un vortice di paranoie, misteri e colpi di scena che non concedono tregua, sulle orme di un villain ambiguo e ‘spettrale’ come il Tyrell Wellick di Martin Wallström e di un passato sempre sul punto di riemergere, con forza dirompente. Un capolavoro su molteplici livelli, in grado di superare e di rovesciare le convenzioni televisive per dar vita a un’opera d’arte di rara e tenebrosa bellezza.

Stefano Lo Verme

STRANGER THINGS
Certe volte succedono cose strane. Prendete quello che è capitato nel 1983 a Hawkins. È qui che si trova un laboratorio segreto in cui si sperimenta e si studiano fenomeni causati da chissà cosa. La vita è tranquilla per le poche anime che abitano il paese e i più giovani non fanno altro che scorrazzare liberamente in sella alle biciclette. Per un particolare gruppetto di ragazzini nerd, l’unica maniera per lasciare questo posto sembra essere nel loro covo, con la fantasia dei giochi di ruolo. Un bel giorno invece succede che uno di loro, Will, scompare nel nulla. Alla sua scomparsa corrisponde una comparsa. Si tratta di una ragazzina (la talentuosa Millie Bobby Brown) dotata di poteri telecinetici e un tatuaggio, anzi un marchio: il numero undici. Non appena Mike (il giovane Finn Wolfhard) si ritrova davanti la spaesata e smemorata El (per l’Italia è Undi, in inglese eleven è El), l’aiuta a nascondersi mentre con la sua cricca avvia le ricerche del suo amico scomparso. Se da una parte c’è chi vuole riabbracciare o almeno sentire Will, come la famiglia, dall’altra gli scienziati del laboratorio devono trovare El.
Fantascienza e horror si mescolano in questa serie (targata Netflix) che è riuscita, oltre che a far battere il cuore ai nostalgici dei film anni ’80 (eccomi), a mettere d’accordo pubblico e critica. La cosa più strana di Stranger Things è come si sia riuscito a far centro, ad essere originali, prendendo ispirazione e saccheggiando dalle vecchie proposte Spielberghiane a quelle di Stephen King, passando per gli horror di Carpenter e Craven. A parte questo, il merito della buona riuscita della serie viene anche da altro, come dalla bravura dei giovani attori, dai ruoli sentiti dei più grandi (vedi Winona Ryder), dalla cupa atmosfera che li circonda, dalla potenza della musica associata alle immagini. Se devo però dare merito a qualcuno per il fatto che è la mia serie preferita del 2016, lo do’ a chi l’ha creata, i semi sconosciuti Matt e Ross Duffer, e a chi ha creduto in loro.

fr@bos

THE YOUNG POPE
The Young  Pope è la mia serie Tv dell’anno 2016 perché è “Cinema Cinema”! Un progetto ambizioso e nuovo in molti elementi, che rispetta solo due regole, le solite del cinema di Paolo Sorrentino: la regola del bello e la regola dell’ambizione. Innanzitutto la scrittura di Sorrentino è estremamente densa e possiede entrambi i doni della leggerezza e della profondità. Sorrentino analizza da tutti i lati un tema definitivo come la fede, mettendolo in scena anche con ironia, dissacrando il sacro.
L’ambizione di voler raccontare la storia di un Papa inventato viene sublimata dalla grande messa in scena. L’appuntamento sacro con la serie tv non limita, anzi amplifica la meticolosità della messa in scena Sorrentiniana. La fluidità e la costante ricerca del bello, nonostante gli episodi siano costituiti da una serie di scene dialogate, fa si che la sua regia sia semplice e allo stesso tempo spettacolare. Lenny Belardo, Pio XIII, interpretato da uno straordinario Jude Law, è il giovane papa, che molti credono un santo e contiene in sé tutto ciò che fa parte dell’uomo. Sorrentino ha finalmente la possibilità di non selezionare solo quegli aspetti utili ad una storia, nella creazione dei suoi personaggi. Procede con incalzante e straniante precisione nella ricerca del vero, della vita all’interno del cinema, del vero nel bello, lavorando sia per sottrazione che per decorazione, in una contraddizione che è il vero tema della serie.
La ricerca di Dio, l’osservazione del clero e degli uomini che lo compongono e l’eccessiva bellezza di questa serie, a cui bisogna abbandonarsi, aprono un nuovo capitolo nella carriera del regista premio Oscar, e una domanda: se fosse la serie tv la dimensione ideale per Paolo Sorrentino? Se fosse il suo altare ideale?

Agostino Devastato

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