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Amletò racconta Amletò

Amletò racconta Amletò

Immagini e suggestioni dal di dentro di una delle ultime creazioni di Giancarlo Sepe che si confronta con Amleto, raccontate dall’interprete di Amleto stesso.

Quando entrai il primo giorno di prove dell’Amletò dentro il Teatro la Comunità non esisteva ancora niente dell’attuale scenografia, solo quel ponte di ferro. Il ponte che attraversa, a Parigi, il canal San Martin per portare all’Hotel du Nord. Luogo che fu d’ispirazione prima per il romanzo di Eugène Dabit (1929), poi per il film di Marcel Carnè ed infine per questo Amleto, con l’accento sulla “o”, rivisitato, trasposto nella Parigi del ’39. La nascita del dubbio, dell’uomo moderno cartesiano, in cui “essere o non essere” si assomigliano, trasposta in questo attraversamento, in questo passaggio: la “transitiòn”.

Ma maison c’est la transitiòn” dico nelle vesti di Amletò mentre salgo sul ponte dopo aver ripudiato con amletico sgarbo Ofelia, la supposta complice dei “parenti terribili”. E dirlo ogni sera, con astio, ricorda a me e al pubblico la nostra appartenenza al genere umano, tormentato dalla coscienza più di ogni altra specie animale.

Di fronte alla vista di questo ponte di ferro nuovo di zecca esclamai: “ Ballet Meccanique!” riferendomi ad un video sperimentale di inizio novecento in cui il pittore Fernand Leger esaltava l’estetica della meccanica industriale.

Il volto del regista, Giancarlo Sepe, si illuminò; parlavamo la stessa lingua. I Bulloni sporgenti e le curve metalliche mi ricordarono subito quell’entusiasmo delle avanguardie dei primi del novecento dove il deragliamento di senso si accompagnava ad una crescente volontà della mente di …costruire senso, costruire. Gru, ganci e la skyline di una Parigi cupa sono l’habitat di questo spettacolo.

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Un qualcosa di scuro, noir e inaffidabile si nasconde dietro alla solidità di quel ponte di metallo. E’ la tela del ragno che avviluppa chi l’ha intessuta e vi si perde. Tanto da rendere assurda la messa in piedi stessa del piano che Amleto escogita per vendicare la morte del padre; la vendetta si perde insieme al senso. Noi, gli attori, siamo raffigurati sin dal principio come burattini e ci muoviamo di conseguenza con movimenti netti scattosi ed un linguaggio disarticolato, un grammelot francese. Amletò è come una sorta di Pinocchio che voglia tagliare i fili del destino che lo governa e si ritrova spiazzato nella transizione.

Di qui si impone un diktat per tutti quanti: esprimere i contenuti dell’Amleto, comunicare le proprie emozioni vere, i propri fatti veri attraverso questa forma senza perdere verità, incisività e forza drammatica. Durante il periodo di prove abbiamo sperimentato le relazioni con gli altri, le relazioni interne e i diversi momenti di ogni personaggio sul proprio corpo e le varie possibilità di realizzazione del proprio futuro in diverse direzioni, non solo quelle indicate nella scrittura del Bardo.

Senza trattenerci abbiamo sperimentato lo sperimentabile passando dal concreto all’astratto, dall’ovvio al poetico. Lo spettacolo che ne è uscito è la “spremuta” di tutto questo dopo mesi di prove.

Approfondiremo i passaggi e le fasi di questo processo creativo  nella prima puntata di “Etere o non Etere” parlandone a voce proprio col maestro Giancarlo Sepe, ideatore e regista dello spettacolo

Amletò è attualmente in scena dal giovedì al sabato alle h 21 e domenica alle h 18 presso il Teatro La Comunità sito a Trastevere

in via Giggi Zanazzo 1. Info e/o prenotazioni:
06.5817413 – 329.1677203
prenotazioni@teatrolacomunita.com.

Guido Targetti

 

 

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