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Al Cinema Palazzo con Il Muro del Canto per non dimenticare

Al Cinema Palazzo con Il Muro del Canto per non dimenticare

Se stasera ci fosse stato Stefano qui al Cinema Palazzo, sarebbe stato uno di quelli in fondo alla sala, che segue in silenzio gli avvicendamenti sul palco.Starebbe lì a dolersi per quel ragazzo andato via troppo presto e troppo violentemente, suo amico senza averlo mai nemmeno conosciuto davvero, con la rabbia nello stomaco che cancella la leggerezza di una Peroni.

Ascolterebbe con attenzione le letture, silenzierebbe il cellulare che vibra durante un silenzio troppo pesante, batterebbe persino il piede al ritmo di qualche canzone de Il Muro del Canto.

Stefano sarebbe, era ed è uno di noi, e forse questa cosa l’abbiamo sentita fin troppe volte. Ma è vera come l’aria che respiriamo, ed allo stesso modo è una verità sporca ed inquinata, che ci macchia i polmoni da sette anni e che ha spento i suoi a soli trent’anni. Quei 30 anni che cantiamo nelle canzoni indie, che vanno quasi di moda, e che ci mettono davanti ad un futuro sempre più incerto ma che noi possiamo comunque provare a toccare con le mani tremanti.

Stefano abbraccerebbe qualche amico incontrato per caso, lascerebbe qualche spicciolo nella scatola delle offerte all’entrata ed uscirebbe alzandosi il colletto il più possibile, che finito tutto, con la mezzanotte del 22 appena arrivata, tutto quanto è un po’ più freddo.

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Molte associazioni e realtà diverse hanno aderito coralmente all’evento: A Buon DirittoAmnesty International – ItaliaRunners for EmergencyACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – OnlusAssociazione AntigoneLibera Roma Presidio “Rita Atria” VII MunicipioCittadinanzattiva OnlusBaobab ExperienceOfficina Culturale Via LiberaCooperativa DiversamenteCies OnlusLiberi NantesMEDU – Medici per i Diritti UmaniPID OnlusNobavaglio – liberi di essere informatiArticolo VentunoPer i Diritti UmaniTILTCasetta Rossa Spa.

Tanti artisti si sono stretti in un abbraccio di conforto alla famiglia di Stefano e degli altri, troppi, ragazzi che hanno condiviso la sua stessa sorte. Hanno ricordato Stefano con una festa, perché questi eventi non servono a rattristarci ma a trasformare la nostra rabbia in energia positiva, per trovare la forza di opporci affinché non ci siano altri Stefano da piangere, ma solo da festeggiare.

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Hanno partecipato tra ‘Gli artisti per dire no alla violenza’: Valerio MastandreaJasmine Trinca insieme a Chiara Gioncardi, Andrea RiveraEdoardo PescePaolo RomanoTiziano Scrocca insieme a Giuseppe Ragone e Livia Ferri, Massimiliano D’AmbrosioAlessio Cremonini, i Joe Victor, Rossomalpelo, Il sogno della Crisalide, Noire & Shinigami del Crew Dark Novel.

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E i ragazzi de Il Muro del Canto, che abbiamo intervistato.

  1. Che cosa ha significato per voi partecipare alla serata di commemorazione per Stefano Cucchi? Come pensate che gli artisti possano dare il loro contributo in vicende come questa?

Il legame con il Memorial Stefano Cucchi è speciale. L’esperienza del video di Figli Come Noi, durante le riprese del quale abbiamo avuto modo di conoscere tante famiglie vittime di abusi da parte delle forze dell’ordine italiane, ci ha lasciato un segno profondo, difficile da descrivere. Proviamo una sorta di pudore in merito. Raccontare il dolore altrui è sempre qualcosa d’estremamente delicato, un problema col quale ci siamo confrontati in fase di scrittura del pezzo e della stessa sceneggiatura, insieme al regista Marcello Saurino. Se, a due anni di distanza, Ilaria Cucchi ha voluto ospitarci in una giornata così significativa per lei e la sua famiglia, significa che abbiamo fatto un buon lavoro, che siamo stati all’altezza di quanti, prima di noi, hanno voluto gettare luce su una storia terribile come quella di Stefano. È questo il senso: spogliarci del nostro essere artisti, per ritrovarci comunità insieme a chi ha voluto partecipare correndo, lavorando dietro le quinte in fase organizzativa, divulgando l’iniziativa sui media e sui social o solamente assistendo allo spettacolo.

  1. Spesso è stato detto che “Stefano era uno di noi”. Condividete questa affermazione? In che modo siamo tutti Stefano?

Siamo tutti Stefano perché dobbiamo avere il coraggio d’ammettere che quanto capitato a lui sarebbe potuto succedere a chiunque di noi e in qualsiasi momento.

  1. Qualche settimana fa avete partecipato anche alla serata a sostegno della biblioteca di Ponte di Nona, evento legato a una realtà ben precisa, alla necessità di difendere spazi culturali in aree territoriali che fanno fatica a emanciparsi da situazioni sociali di svantaggio. Cosa pensate delle iniziative che vengono “dal basso”, riuscite a sostenerle e in che modo?

Sono le iniziative che preferiamo, perché genuine e inevitabilmente legate a quel lato popolare che cerchiamo di proporre con la nostra musica. Nella serata a Ponte Di Nona, in difesa della Biblioteca del Casale Rosso, si intrecciavano diversi temi importanti. Da un lato c’era la necessità di sostenere l’unico spazio sociale e culturale in un quartiere dormitorio, pensato per esistere in funzione del centro commerciale Roma Est. Da un altro c’era la stessa unicità della Biblioteca, gestita dall’Associazione Papillon, composta da detenuti di Rebibbia, e intorno alla quale si sono strette tante altre realtà associative e sociali del Municipio. Infine, c’era l’assoluta novità di un concerto dentro il quartiere e fuori dal centro commerciale, per rompere questa logica aberrante del nasci, consuma e crepa, che produce solo monadi disperate. Sono queste le vere situazioni di confine, nelle quali è necessario calarsi e confrontarsi.

  1. Nelle vostre canzoni descrivete scene di una Roma periferica al limite tra il reale e il simbolico. Quanta realtà e quanta filosofia c’è nella Roma dei vostri testi?

Amiamo stare su quel limite. I nostri testi naturalmente partono da esperienze dirette, ma si arricchiscono anche di quelle storie accresciute nei racconti e divenute quasi mito. Sono parte integrante di quell’humus alla base dell’immaginario legato a Roma.

  1. Che cos’è per voi Roma? Qual è il vostro legame con la città da un punto di vista emotivo?

Qualsiasi romano vive il rapporto con la città in modo conflittuale e noi non veniamo meno alla regola. Puoi trovare questo legame turbolento nel testo di Daniele, quando canta «quanto sei bella Roma mentre te ne vai», o nel racconto di Alessandro, quando recita «madre premurosa che ti mena e t’accarezza». È un elastico che, per quanto possa allungarsi, inevitabilmente ti attira verso di sé.

  1. La scelta di cantare in dialetto, oltre a rendervi immediatamente identificabili, conferisce alla vostra musica delle caratteristiche comunicative ben precise. Quali sono i motivi che vi hanno portato a questa scelta? Cosa intendete trasmettere a chi vi ascolta?

Fare musica popolare per noi significa raccontare storie che, seppure incastonate in contesti specifici, assumono carattere di universalità. La scelta dell’uso del dialetto romano ci è necessaria per essere il più spontanei possibile e per eliminare quella barriera che si crea tra palco e pubblico.

Jacopo Spaziani, Silvia Rossi

Ph. Tamara Casula

 

 

 

 

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