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(A)IM in Europe presenta: VENI VIDI BICI – BICYCLE 200

(A)IM in Europe presenta: VENI VIDI BICI – BICYCLE 200

Da Roma a Rotterdam, 200 anni in bicicletta.

Il progetto Veni Vidi Bici – Bicycle 200, nasce da una idea di Francesco Recchia, sviluppata dallo stesso dopo anni di viaggi ed esperienze lavorative e di vita in giro per l’Europa e nel mondo, un mondo spesso osservato dall’alto di quei troni naturali che chiamiamo montagne e dal sellino della sua bicicletta, vera e propria compagna di viaggio. Un mondo dove, nonostante le resistenze al cambiamento delle lobbies delle energie fossili, le scelte politiche ed economiche sono sempre più orientate verso la sostenibilità ambientale ponendo nuovamente l’attenzione sull’individuo ed il suo benessere ed incentivando, fra gli altri, l’utilizzo della bicicletta come mezzo di locomozione in ambito sia urbano che extra-urbano.

Questo pone l’attenzione non solo sulla sostenibilità dei trasporti, visto che muoversi in bicicletta libera la città dai mezzi a motore e dal loro inquinamento (polveri sottili e CO2 in particolar modo) e conseguentemente anche dalle malattie polmonari, ma favorisce, secondo numerosi ed autorevoli studi scientifici, la longevità e la salute di chi della bicicletta ne fa un uso continuativo, prevenendo le malattie cardiovascolari e rafforzando, gradualmente, la ventilazione polmonare. Tanto più che il ciclismo non danneggia le articolazioni, migliora il metabolismo muscolare a vantaggio soprattutto di glutei, cosce e polpacci, rafforzando, al contempo, anche i muscoli e le ossa della zona dorsale, con effetti benefici anche per la schiena. Se non bastassero gli aspetti legati ad ambiente, trasporti e salute per incentivare l’uso della bicicletta come mezzo di locomozione, nello paper della Commissione Economica per l’Europa (UNECE) e dell’Ufficio Regionale dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), dal titolo “Unlocking new opportunities: jobs in green and healthy transport”, si sviscera anche il tema economico legato al muoversi in bicicletta, visto che, dati alla mano, se ci fossero investimenti mirati sulla mobilità “green”, sulla falsariga di quanto già in atto da anni nei paesi scandinavi e si portassero tutte le capitali d’Europa al livello di ciclabilità di Copenaghen (26% del trasporto in città su due ruote), vi sarebbe la creazione di 76.600 posti di lavoro nella nostra macro regione, e lo sviluppo di quelle economie locali che sarebbero interessate da progetti di Ciclovie e piste ciclabili con relativo indotto (vendita al dettaglio di biciclette, manutenzione, fornitura di abbigliamento e accessori per ciclisti). Non trascurabile sarebbe anche la riduzione di oltre 10.000 unità del numero di morti sulle strade europee, in virtù della diminuzione degli incidenti stradali e delle malattie legate alla sedentarietà e all’inquinamento da polveri sottili, visto che l’inattività fisica e lo smog sono tra i principali fattori associati alle morti nel numero di 500.000 ogni anno, con conseguenti risparmi di spesa per i vari sistemi sanitari nazionali e per le famiglie, in un momento in cui l’intero continente viene sferzato dai venti di una crisi che non ha precedenti nella storia economica. L’idea da cui verrà poi partorito il progetto Veni Vidi Bici, nasce da queste considerazioni oggettive, che da sole non basterebbero comunque a rendere sostenibile la circolazione stradale, visto che non ci si può e non ci si deve limitare all’equazione + bici – auto, per rendere sostenibile la viabilità.

Il totale degli spostamenti sostenibili è dato infatti dall’equazione pedoni + bici + trasporto pubblico, rispetto a quelli insostenibili, ovvero auto + motoveicoli.

Troviamo così, ad esempio, che nonostante i suoi 73,6 km di piste ciclabili, a Brescia solo 6 spostamenti su 100 si fanno in bicicletta e complessivamente solo 29 spostamenti sono sostenibili contro 71 insostenibili. A Pesaro, invece, che ha 61,3 km di piste ciclabili,cioè 12,3 km in meno di Brescia, ben 28 spostamenti su 100 vengono fatti in bici e complessivamente 46 spostamenti su 100 sono sostenibili. Insomma, per descrivere meglio la reale ciclabilità di una città è fondamentale considerare l’equilibrio e il grado d’integrazione tra le varie modalità di spostamento che si hanno a disposizione. Quello che in inglese viene definito come Modal Split. E’ per questo motivo che parallelamente all’utilizzo della bicicletta bisognerebbe incentivare anche l’uso del trasporto pubblico, pedonalizzare i centri cittadini e creare quelle infrastrutture come le piste ciclabili e le Ciclovie, che servono proprio a proteggere quelle che sono le categorie più deboli (pedoni e ciclisti) che spesso rinunciano a muoversi in modo sostenibile, non avendo alcun tipo di tutela e di struttura a loro dedicate. Nel rapporto “Bici in città” di FIAB e Lega Ambiente spiccano i 15000 ciclo parcheggi di Milano, la bicistazione di Padova da 900 posti, i 56 chilometri di zone 30 (limite di velocità di 30 km/h) e i 175 km di rete ciclabile di Reggio Emilia, la bicistazione di Parma da 3.400 posti e il 16% di modal split per il trasporto pubblico, il 33% di modal split per le bici a Piacenza e il 27% di modal split per le auto di Bolzano a cui corrisponde il 29% per le biciclette. Degni di nota sono anche gli oltre 2.000 cicloparcheggi di Cremona e i 28 km di zone 30 di Asti ed il 28% di modal split per le bici a Biella.

E’ per arrivare a questi obiettivi e per avere una pianificazione il più condivisa possibile, con uno scambio mondiale delle competenze e della progettualità, che dal 1980 si tiene, annualmente, il Velo-city, un summit della European Cyclists’ Federation che nel 2017 si terrà, dal 13 al 16 giugno, nella cittadina olandese di Arnhem. Veni Vidi Bici nasce quindi dallo studio e dalle ricerche su di una materia che è purtroppo poco discussa, in un sistema paese in cui il ciclista è visto come un impedimento alla circolazione, piuttosto che una risorsa, nella terra che ha dato i natali ad alcuni dei più grandi ciclisti di tutti i tempi, come, giusto per citarne alcuni, Binda, Girardengo, Coppi, Bartali, Gimondi, Moser e Pantani.

E’ così che prende piede la voglia di mostrare, fattivamente, un modo di andare in bici che non sia limitato a poche amministrazioni virtuose, che non sia solo quello prestazionale dei grandi campioni, che non sia solo quello dell’ultracycling, ovvero coprire grandi distanze nel minor tempo possibile, ma che sia anche quello del cicloturismo e dei cicloviaggi, che già portano a spostarsi in bici milioni di persone nel resto d’Europa, incentivando così anche una riscoperta di antichi valori e tradizioni, che il turismo mordi e fuggi odierno, non permette più di valorizzare pienamente.

La bicicletta risponde a tutte queste esigenze e al desiderio di riappropriazione del territorio. È l’emblema di uno stile di vita, pulito, sostenibile, economico e dinamico. Un emblema che nel 2017 spegnerà le 200 candeline, dal momento che il primo velocipede, un attrezzo ligneo con ruote, sellino e un timone al posto del manubrio, percorse, il 12 giugno 1817, i suoi primi km nella città di Mannheim, in Germania, grazie al barone Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn, che si proponeva, ambiziosamente, di sostituire con la sua invenzione il calesse.

Questa invenzione, che porterà alle prime draisine (dal nome del nobile tedesco) e poi successivamente alla vera e propria bicicletta, arriva da una felice intuizione, nata da un problema da risolvere. Due anni prima, infatti, dall’altra parte del globo, il vulcano indonesiano Tambora diede vita alla più grande eruzione della storia, causando un cambiamento climatico globale. L’estate 1816 in Europa iniziò e finì senza sole, interi paesi non videro sciogliersi i ghiacci, le temperature medie stagionali si abbassarono di tre gradi. Grano, riso e avena giunsero a costare tre volte il prezzo dell’anno precedente. Così a quei cavalli che portavano a “spasso” i calessi, rimanevano due prospettive: morire di fame o essere mangiati dagli uomini. Per questo il barone Drais immaginò di farne a meno, inventando un nuovo mezzo di locomozione, quello che Gianni Brera ebbe a chiamare l’anti-cavallo.

E proprio come un uomo a cavallo, quello che propone Francesco è un modo di pedalare e soprattutto vivere il territorio in cui il cicloturista diviene parte dello stesso, in cui il tempo non viene risparmiato per giungere prima a destinazione, ma viene vissuto con e per il territorio, le cui peculiarità, i cui monumenti, la cui popolazione, non sono più solo meri fattori produttivi, ma situazioni, luoghi e persone da vivere e conoscere nella loro interezza. Ed è proprio per questo che propone e si propone di ripartire dal piccolo, ripartire da se stesso, ripartire dalla bicicletta, dall’unica catena che rende liberi, alla scoperta e riscoperta di borghi, paesi, città e nazioni, che sono europee non perché uguali ed uniformate le une alle altre, ma proprio perché diverse le une dalle altre, come ci insegna la Storia millenaria dell’Europa, fondata e basata sul multiculturalismo. E’ per questo motivo che il viaggio si svilupperà da Roma, cioè la prima città ad aver dato una identità marcata e caratterizzante all’intero continente europeo, con il suo impero prima e con lo Stato Pontificio poi, alla volta di Rotterdam, la città che nel XV secolo ha dato i natali all’umanista, filosofo e teologo olandese Erasmo, che viaggiò per gran parte della sua vita in tutta Europa, proprio per comprenderne le differenti culture e lingue che la componevano. Un lungo pellegrinaggio fra natura, arte, storia, cultura, meraviglie naturali ed architettoniche, in un connubio ideale e continuo in cui i luoghi, le città ed i monumenti saranno perle di una collana, che vede l’Unesco a fare da filo conduttore. Un percorso proposto per non essere più solo osservatori, ma attori del e nel paesaggio che si attraversa.

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