HomeLetteratura61 anni fa l’urlo di Ginsberg

61 anni fa l’urlo di Ginsberg

61 anni fa l’urlo di Ginsberg

L’ “incubo” americano e l’osceno che c’è in noi

Sulle orme di Walt Whitman, Allen Ginsberg il 13 ottobre 1955 lancia pubblicamente il suo Urlo  al Six Gallery di San Francisco. Sono versi dissacranti alle “migliori menti” di un’America post-bellica che si è scoperta inadeguata al proprio sogno.  

Il poema è un pugno in bocca per il realismo con cui ritraeva l’altra faccia dei sorrisi da City upon a Hill. Vengono sbattuti sul tavolo i sogni, le droghe, incubi di risveglio, il sesso nella sua fisicità più estrema. Ma è anche l’affermazione di una generazione, quella Beat, che si riappropria del diritto di dire le cose come stanno con una crudeltà energica e lo fa col cuore assoluto della poesia della vita. Quella vita scandita dai battiti del bebop e dell’avanguardia jazz di quegli stessi anni. Quel cuore “macellato dai loro corpi buono da mangiare per mille anni”. E’ una ferita da cui sgorga dolore, è violenza che denuncia, ma è anche un momento di celebrazione di speranza. Uno sguardo al futuro che rimane in bilico sull’orlo dello sgomento.

Parlare in maniera scomoda e anticonvenzionale di “modi di essere” è inaccettabile per un’epoca al picco massimo di conformismo e chiamata a ricostruire su nuove basi la propria fragile identità. La poesia venne mandata dal poeta americano Lawrence Ferlinghetti all’editore Villiers, in Inghilterra che lo pubblicò e fu bollato di “oscenità”. Pier Paolo Pasolini, con un atto di ammirazione verso lo scrittore, in una lettera scrisse a Ginsberg: “Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia …fiori solo dai fiorai… .

La forza rivoluzionaria del messaggio ci chiede di scuotere le coscienze come un sacco per farne uscire la follia e l’alienazione nel nostro segreto. Non ci domanda di individuare nell’osceno qualcosa che non ci appartiene e da cui prendere le distanze, ma di riconoscere in esso il sussulto jazz che nel proprio privato ciascuno ha, quel guizzo che i liberi e i forti hanno il coraggio di manifestare e vivere. “Si chiama esistere”. In un certo senso l’Urlo di Ginsberg non è altro che il manifesto delle incredibili e magnifiche indecenze, anche nostre. E’ una ballata psichedelica e audace che ci chiede di tenerci ben stretti a noi stessi.

 

Paolo Napol

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn